E’ NECESSARIO IL SALTO DIMENSIONALE PER SOPRAVVIVERE

febbraio 5, 2010 di Bergljot
 

Il rapporto Devecchi (Cerif-Cattolica): è necessario il salto dimensionale per sopravvivere

Nelle imprese di famiglia italiane serve un salto di qualità soprattutto dimensionale: non è più tempo di nanismi Una su due ha già reagito, cambia la governance: più spazio agli esterni

 

MILANO – Il maggiore problema delle imprese familiari italiane nel 2009? Il calo di fatturato e di redditività del loro settore di appartenenza. La risposta è meno banale di quanto possa apparire. Il dato, emerso da una ricerca dal Cerif (Centro ricerca sulle imprese di famiglia dell’Università Cattolica) innesca due problemi ancora più complessi: la scarsa redditività (segnalata dal 50% del campione) è sinonimo di futuro incerto e mette gli imprenditori davanti al dilemma di vendere l’azienda di famiglia. Ma il calo del giro d’affari rende anche meno appetibile l’impresa all’ingresso di nuovi soci. Il tutto crea un circolo vizioso che potrebbe portare all’avvitamento «mortale» per un numero considerevole di pmi.
Gli ingredienti per scampare a un’inesorabile parabola di declino sono abbastanza noti: innovazione, ricerca, sviluppo, internazionalizzazione delle imprese. Ma in quanti sono in grado di attuare simili contromisure? «In pochi – afferma Claudio Devecchi, amministratore unico di Cerif -. Infatti nelle imprese di famiglia italiane serve un salto di qualità soprattutto dimensionale: non è più tempo di nanismi. Un’impresa su due ne ha preso consapevolezza: per essere competitivi con le nazioni emergenti servono prodotti complessi e innovativi e per investire in ricerca e sviluppo servono capitali che le nostre piccole imprese, stremate dalla crisi, non hanno più».
Spesso però in passato l’innovazione delle pmi è rimasta sommersa e poco rintracciabile nei bilanci. Ecco perché, malgrado i pochi investimenti dichiarati, i marchi italiani sono spesso risultati tra i più innovativi. «Ma adesso il contesto è cambiato – osserva Devecchi – la ricerca ci dice che circola poco denaro e quindi in Italia si fa quasi esclusivamente innovazione di processo, per cercare di risparmiare costi di gestione. C’è poca innovazione di prodotto che serve a rilanciare la competitività. Ma per farlo servono realtà molto più grandi, frutto di accorpamenti, fusioni o svolte rivoluzionarie. Come fare? Magari trasformando un intero distretto in una spa composta da tutte le imprese che ne fanno parte. Sarebbe un colosso capace di competere su tutti i mercati del mondo».
Altra misura auspicata dagli imprenditori interpellati dal campione (il 48%) è quella di una minore pressione fiscale, magari ottenuta detassando gli utili investiti in ricerca e sviluppo. «In condizioni di economia normale si può accettare un forte prelievo fiscale, ma adesso risulta troppo alto. La detassazione degli utili sarebbe una buona misura ma a patto che gli imprenditori mettano definitivamente da parte una certa propensione all’evasione fiscale». Resta il nodo del passaggio generazionale. «Che però oggi è meno difficile che in passato – segnala Devecchi -. Anzi, sempre più spesso si registrano casi virtuosi di passaggio generazionale con le giovani leve che più dei padri hanno il coraggio di aprire il capitale all’ingresso di nuovi soci e puntare a quella crescita dimensionale che ormai è diventata lotta per la sopravvivenza».

Fonte “Il Corriere della sera” 02/02/2010

Isodoro Trovato

Economy 03/12/2009 (n.a.) N.50 – 9 DICEMBRE 2009 p.31- IL BREVETTO? A DOPPIO TAGLIO

gennaio 13, 2010 di Bergljot

I dati sembrano non lasciare dubbi: nelle classifiche europee delle aziende che investono in ricerca e sviluppo, quelle italiane rappresentano il fanalino di coda. «Ma attenzione» avverte Claudio Devecchi, amministratore unico del Cerif , il centro di ricerca sulle imprese di famiglia che fa capo ad Asam-Università Cattolica di Milano, «queste classifiche non considerano le aziende che fanno innovazione in modo sommerso. E sono tante, specie tra le Pmi». Cosa significa esattamente fare innovazione sommersa? Significa fare ricerca, innovare all’interno dell’azienda, ma senza ricorrere alla collaborazione di centri di ricerca universitari o nazionali e senza registrare un brevetto. È un fenomeno diffuso, anche se difficile da censire. Quali sono i fattori che spingono le aziende ad agire in questo modo? In parte la cultura dell’imparo facendo, tipica delle nostre piccole e medie imprese, e in parte il fatto che depositare un brevetto costa molto e protegge solo in parte l’azienda da eventuali copiature. In che senso? Nel senso che quando si deposita un brevetto l’oggetto o il prodotto in questione deve essere descritto in tutte le sue parti. Il concorrente può visionare la documentazione presentando richiesta all’ufficio brevetti e basta cambiare poche cose per evitare seccature legali. È un po’ come se il brevetto stesso diventasse la ricetta per fare copiare i competitor. Ecco perché, specie le aziende che operano nel segmento business to business, come quelle che realizzano macchinari, preferiscono evitare i brevetti e tenersi tutto in casa. In quali altri settori è diffusa l’innovazione sommersa? In quello dell’information technology con in testa le software house, ma anche nel settore dell’arredamento, dell’alimentare e in tutto quello che viene definito come agribusiness. Questo modo di operare è un vantaggio o uno svantaggio? Un vantaggio. Basti dire che le nostre aziende sono tra le poche a imporsi sui mercati internazionali con una strategia di nicchia. Il 99,9% delle imprese che hanno fatto innovazione, anche se sommersa, è sul mercato e non soffre la crisi.

AUGURI DI BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO

dicembre 21, 2009 di Bergljot

Lo staff di  CERIF augura un buon natale e felice anno nuovo a tutti!

Buone feste!

Ci vediamo nel 2010!!

“Quando l’innovazione incontra la tradizione”

dicembre 1, 2009 di Bergljot

 I benefici del latte d’asina per una salute al naturale: questa la scommessa vinta da due giovani manager che hanno deciso di rilanciare la filiera del latte d’asina in Europa, a partire dall’Italia

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un autentico boom di prodotti naturali, biologici e salutisti. Sempre di più i consumatori mettono il cibo sano al centro delle loro scelte di vita e anche in Italia c’è chi ha deciso di investire denaro ed energia in grande: si tratta di Pierluigi Christophe Orunesu, fondatore di Eurolactis Group, e di Davide Borghi, proprietario dell’asineria di Montebaducco (Reggio Emilia), la più grande d’Europa con oltre 700 asini di 14 razze diverse. In comune la simpatia per questi animali ereditata dai rispettivi padri.

I due amici, che si sono conosciuti nel 2006, hanno avviato, per primi in Italia, un progetto per il rilancio della filiera del latte d’asina, alimento utilizzato sin dai tempi dell’antico Egitto ma finito poi nel dimenticatoio.

E allora perché proprio il latte d’asina?

Perché ha grandi potenzialità di utilizzo in ambito nutrizionale, perché veniva impiegato contro le malattie e l’invecchiamento della pelle, perché – in sintesi- è un prodotto che fa davvero bene.

Il latte d’asina è infatti, per composizione, l’alimento più simile al latte materno e ha un elevata ipoallergenità, cioè bassa capacità di causare allergie,  come conferma il Centro Nazionale di Ricerca di Torino. Per questo motivo si ricorre all’utilizzo del latte d’asina quando la mamma non può allattare al seno il bambino a causa di intolleranze al latte stesso o al latte vaccino o ai composti solubili derivanti da esso.  

L’ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino usa da molti anni il latte d’asina per combattere le allergie alimentari nei neonati. I ricercatori torinesi hanno dimostrato come le proprietà nutritive del latte d’asina consentono di ottenere buone risposte nell’80% dei neonati ricoverati per gravi problemi di allergie alimentari.

Naturalmente il latte d’asina costituisce una validissima alternativa non solo per i bambini ma anche per tutti i soggetti allergici alle proteine del latte vaccino e per chiunque desideri un alimento sano: non contiene praticamente grassi, è ricchissimo di vitamine e di lisozima, una proteina dalle elevate proprietà antibatteriche in grado di proteggere da possibile malattie.

Sono sempre più numerose le persone che conoscono le sue preziose virtù e, a differenza del latte di mucca, non si trova facilmente: la scarsa produzione (ogni asina fornisce un litro di latte al giorno per 6 mesi) e la deperibilità legata alla vendita a crudo (la shelf-life è di 3 giorni) limitano e sfidano  la commercializzazione di questo prodotto davvero nobile.

Ma ora l’azienda di Orunesu, Eurolactis, ha deciso di sviluppare una filiera Europea sostenibile e di commercializzare su larga scala il latte prodotto dagli asini di Davide Borghi a Montebaducco. Decisivo è il processo di liofilizzazione che consente di prolungare a 3 anni la shelf-life del latte d’asina pur conservandone la maggior parte delle sue proprietà intrinseche, permettendo di consumarlo comodamente ovunque.

I due imprenditori sono poco più che trentenni ma alle spalle hanno esperienza, capacità imprenditoriale e amore per gli animali, a cui bisogna avvicinarsi con lentezza. Ci sono voluti quasi vent’anni infatti per radunare così tanti asini e per capire come utilizzarli al meglio.

Attualmente Montebaducco fornisce a Eurolactis circa 3,5 tonnellate di latte d’asina liofilizzato che vengono trasformati in cosmetici e prodotti farmaceutici, come il latte in polvere liofilizzato con marchio Onalat® e Onalat® sciroppo a base di colostro e latte d’asina, un tonico stimolante le fisiologiche funzioni del sistema immunitario, molto utile per limitare il rischio di prendersi l’influenza.

Ma i programmi di sviluppo non si fermano qua: Orunesu sta sviluppando il proprio prodotto sul mercato statunitense e sta testando l’uso del latte d’asina come ingrediente di diversi prodotti alimentari.

Francesca Furlan

Per saperne di più:

http://www.eurolactis.com

sito medico-scientifico: http://www.updates.eurolactis.com

hotline in Italia: 199 ONALAT (199 662528)

Evento: “Lo Scudo Fiscale e l’impresa di famiglia”. Rassegna stampa.

novembre 23, 2009 di Bergljot
23/11/2009
Avvenire 18/11/2009
A un mese dalla chiusura dei termini le prime stime indicano vicino l’obiettivo degli 80 miliardi, che porterebbero a 4 miliardi il «beneficio» per lo Stato. D commercialista Guffanti: le somme continuano a rientrare, anche perchè per le familiari c’è un triplice vantaggio Gliintermediari:rientrati’60^mttiatdi «E ti flusso continuai Sessanta miliardi di euro sarebbero già rientrati in Italia con lo scudo fiscale. Non è una cifra ufficiale, ma sono i numeri che circolano tra gli intermediari finanziari che stanno gestendo il rimpatrio dei capitali. Una cifra nota anche all’Agenzia delle Entrate, che da qualche giorno ha iniziato a fare qualche sondaggio tra gli intermediari per capire come sta andando la terza eaizione dello scudo, a poco più di due mesi dal suo avvio. Le risposte sarebbero molto positive. «Gli intermediari stanno lavorando come matti» dice ad Avvenire il commercialista milanese Fabio Guffanti, intervenuto al convegno “Lo scudo fiscale e l’impresa di famiglia”, organizzato dall’Asam, l’Associazione per gli studi Aziendali e Manageriali dell’Università Cattolica di Milano, e dal Cerif, il Centro di ricerca sulle imprese di famiglia. «Basandomi su cjuanto mi dicono gli intermediari, saremmo già a circa 50-60 miliardi di euro» conferma Guffanti. Calcolando che il 5% del denaro “scudato” deve essere versato all’Erario, oggi lo Stato può già contare su 3 di quei 60 miliardi. Le previsioni del Tesoro parlavano di un incasso attorno ai 4 miliardi di euro – soldi che sarebbero impiegati anche per coprire i 3,6 miliardi necessari al rinvio del20% dell’acconto Irpef – un obiettivo che sembra ormai facilmente raggiungibile, dato che manca ancora un mese alla scadenza dello scudo, fissata per il 15 dicembre. Probabilmente l’incasso finale supererà le aspettative. «Per questo scudo c’è stato un pronti-via iniziale racconta Guffanti-. La mattina del 15 settembre in tanti si sono presentati alle banche e alle società fiduciarie per sfruttare le possibilità dello scudo. Ma poi, a differenza di quanto era successo con le altre edizioni dello scudo, le richieste non sono calate». Il rimpatrio procede bene, dunque, anche grazie a un “effetto paura”. La stretta deU’Ocse sui paradisi fiscali ha convinto tanti a riportare a galla i loro soldi nascosti. «Magari per sicurezza qualcuno ne lascia di là una parte, sapendo però che maneggiare quella liquidità sarà sempre più difficile» aggiunge il commercialista. Ma c’è anche un altro dato che il Tesoro può accogliere con soddisfazione. Le piccole imprese hanno capito che riportare in Italia eventuali capitali celati all’estero in questo momento può essere un ottimo affare. Lo scudo si può infatti combinare con il “bonus” sulla ricapitalizzazione delle società (previsto dal di 78/2009) e con la Tremoliti Ter. In pratica i soldi “scudati” possono essere utilizzati per aumentare la patrimonializzazione di un’azienda (fino a 500mila euro) ottenendo una deduzione ai fini Ires/Irap del 3% sull’incremento del patrimonio. Poi possono essere investiti in beni strumentali per ottenere il 50% di detassazione previsto dalla Tremonti Ter. «È un momento in cui c’è un’enorme necessità di credito – spiega Guffanti – le banche non stanno facendo il loro lavoro e i piccoli imprenditori che credono nella loro azienda scelgono di usare i soldi “scudati” per immettere liquidità nell’azienda di famiglia». In questo modo i soldi rientrano dall’estero e finiscono nel sistema produttivo. Con la garanzia di riservatezza confermata anche ieri da un rappresentante dell’Agenzia delle Entrate. Antonella Magliocco, capo settore del Fisco per le Agevolazioni fiscalità internazionale e finanziaria, assicura che non ci sarà nessun accanimento particolare, i funzionali dell’amministrazione finanziaria non andranno a cercare chi ha sfruttato le possibilità offerte dal governo solo perché hanno aderito allo scudo; come d’altra parte previsto chiaramente dalla normativa stessa.
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ASAM e CERIF SI INTERNAZIONALIZZANO

novembre 4, 2009 di Bergljot

Dal mese di Settembre ASAM e CERIF possono offrire ai propri Associati un nuovo
prezioso servizio e l’assistenza qualificata che lo stesso richiede:
“FARE BUSINESS ALL’ESTERO”
L’idea nasce dalla constatazione che non tutte le Aziende sono organizzate o possono organizzarsi per “aggredire” con efficacia tutti i mercati esteri,vuoi per mancanza di risorse, vuoi di competenze specifiche per i singoli mercati ove intendessero attivarsi.

In particolare offriamo il supporto per i seguenti mercati:
- Russia

- Repubblica Slovacca, Repubblica Ceca e Slovenia

-Norvegia e i paesi scandinavi
Per fare cio’ si dota di nuove competenze tramite nuove persone qualificate, provenienti dal mondo del business e universitario, ciascuna specializzata per singola regione.

 

SERVIZI OFFERTI:

SERVIZI “FARE BUSINESS ALL’ESTERO”:

ASAM e il suo staff offre il supporto alle imprese associate nel processo di internazionalizzazione verso i seguenti paesi:

- Repubblica Slovacca, Repubblica Ceca e Slovenia;

-Russia;

-Norvegia

e in particolare offre i seguenti servizi:

1.Analisi dello scenario sociale, culturale e politico del paese.

2.Analisi dello scenario di business del paese:

- la valutazione del  posizionamento delle aziende concorrenti  sul mercato di un determinato paese;

-sostegno nella valutazione delle possibilità di successo dell’eventuale prodotto/servizio che si vuole proporre sul nuovo mercato;

- la definizione dell’eventuale posizionamento sul mercato e del target clienti che si vuole   servire.

3.Supporto nelle trattative:

-stabilire  contatti con gli eventuali  importatori /distributori a cui affidare la vendita dei propri prodotti  che vengono selezionati  secondo aspettative ed esigenze dell’impresa;

- servizi dell’interpretariato e la preparazione di tutta la documentazione nella lingua del paese relativa alla presentazione dell’azienda, dei suoi prodotti e dell’eventuali condizioni da proporre al potenziale importatore/distributore;

4.Servizi di accoglienza nel paese: 

-organizzazione piano incontri/visite, supporto nell’ottenimento del visto, acquisto biglietti, prenotazione albergo e informazioni relativi ai centri ricreativi (ristoranti, locali, centri benessere etc)  

5.Il supporto nel raccoglimento delle informazioni riguardo le seguenti normative:

-di importazione;

-di certificazione dei prodotti necessaria per poter operare sul nuovo mercato.

5.Contatti con le istituzioni competenti del territorio

6.Altri servizi secondo le esigenze dell’impresa

Basilea 2 e i beni intangibili: minaccia o opportunità?

ottobre 5, 2009 di Claudio Devecchi

Vorrei portare una riflessione la più oggettiva possibile in quanto mai come in questi mesi molti hanno scritto e detto “cose” false su Basilea2 verosimilmente pro domo loro.  Innanzitutto è bene che gli imprendi-tori/trici si ricordino sempre che la banca dà massima importanza alla così detta analisi andamentale. Tale analisi fa riferimento sia alla storia reputazionale dell’azienda familiare (nessun protesto, nessun assegno scoperto, nessun ritardo di pagamento di rate mutuo et similia) che al modo con cui l’affidata o l’affidanda si relaziona con la banca. La relazione, e qui ci avviciniamo a quanto mi sta a cuore, deve essere la più trasparente e sincera possibile. L’onestà è un valore per la banca.  Qualcuno scherzosamente afferma che la banca assomiglia a un fiammifero: la freghi una volta sola….e forse c’è una punta (o molto di più) di vero.

Ebbene in questa relazione virtuosa l’imprenditore non deve mai dimenticare che Basilea2 chiede che la banca presti attenzione non solamante a ciò che c’è di tangibile (nel bilancio): attività a breve e a medio lungo termine (crediti verso clienti, cambiali attive, cassa e banca, immobilizzazioni tecniche nette, ecc.) e passività correnti e a medio lungo termine MA ANCHE CIO’ CHE C’E’ DI INTANGIBILE, è infatti scritto neigli oltre 700 paragrafi del documento originale: “elementi qualitativi”.  Ecco è proprio in quest’area che l’imprenditore deve investire in conoscenze.

Non le conoscenze usuali che fanno riferimento alle cose intangibili che sono rappresentate formalmente in bilancio (marchi, brevetti e avviamento) ma ciò CHE STA FUORI DAL BILANCIO MA DENTRO L’AZIENDA FAMILIARE.

Mi riferisco ai beni immateriali, in senso lato e non contabili che però hanno un valore e talvolta ben superiore alla somma di quelli iscritti tra le attività del bilancio. In un recente Convegno tenuto nel mese di giugno presso l’Università degli Studi di Brescia intitolato ” Innovazione e Società”, ho avuto modo di spiegare perchè gli intangibili hanno valore e quali sono gli intangibili che possono essere tradotti in valore per la banca.  Chi volesse avere il testo o i lucidi di questa relazione mi scriva via mail; qui intendo solamente proporre un elenco che pare essere abbastanza originale degli elementi che compongono la numerosa famiglia degli incentivi in modo che l’imprenditore ne prenda atto e spunto per meglio dialogare con la sua banca.  Ecco gli elementi che ho trovato in letteratura e sul campo:

1. contesto concorrenziale; 2. prospettive di settore; 3. livello di competizione (fattori di successo) dell’azienda; 4. andamento della domanda; 5. soddisfazione clienti; 6. sistemi di controllo di gestione (economica e finanziaria); 7. piani e budget aziendali (attendibilità del dato inserito); 8. storia e tradizione aziendale; 9. organizzazione e sistemi gestionali; 10. posizionamento competitivo; 11. innovazione, qualità/quantità degli investimenti in R&S; 12. informazioni commerciali circa eventuali eventi pregiudizievoli; 13. indagini di mercato (proiezioni dom./off. di settore e area geograf., tassi inflazione,livelli occupazionali e costi salariali, ecc.); 14. governance; 15. profilo gestionale; 16. posizionamento strategico; 17. rischi; 18. storia e tradizione aziendale; 19. visione strategica e le capacità manageriali; 20. vantaggio competitivo e l’evoluzione del settore economico di riferimento; 21. struttura aziendale e la gestione delle risorse umane; 22. grado di innovatività dell’impresa e del prodotto; 23. rispetto delle principali normative del settore di riferimento (ambiente, sicurezza, ecc.); 24. dislocazione geografica; 25. settore di appartenenza; 26. qualità del management; 27. struttura proprietaria; 28. appartenenza a gruppi; 29. know how aziendale; 30. piani di espansione; 31. quota di mercato; 32 strategie commerciali; 33. capacità di innovare; 34. competenze; 35. know how delle persone; 36. immagine sul mercato; 37. patrimonio relazionale con mercato e clienti; 38. relationships; 39. knowledge; 40. leadership e communication; 41. culture and values; 42. reputation and trust; 43. skills and competencies; 44. processes and systems; 45. grado di diversificazione.

Sono perfettamente consapevole che l’argomento susciterà molte perplessità in certuni ma le ricerche che ho condotto presso non pochi istituti di credito mi fanno ritenere che i bancari stanno (anche se faticosamente) costruendo una loro cultura sugli intangibili quali elementi per meglio valutare il merito creditizio.

Una stima fatta da Centuria-Romagna Innovazione Tecnologia, afferma che “sul valore di mercato di un’azienda il 28% dell’attivo è rappresentato da attività tangibili, il 72% da tecnologia, competenze, strategia, reputazione, organizzazione; così –simmetricamente- il 28% del passivo visibile è dato da debito e patrimonio netto, il rimanente 72% da capitale intellettuale invisibile. Questa è la base per costruire la c.d. “teoria dell’iceberg”.

Allora, e concludo, se pensiamo che il valore economico degli intangibili è 3/4 volte il totale delle attività in bilancio capiamo l’enorme spazio che soprattutto le imprese familiari hanno nel chiedere fiducia (cioè fido, cioè soldi) alle banche.

Anche il lavoro artigianale porta successo…

settembre 7, 2009 di Claudio Devecchi

Il settimanale ECONOMY del 9 settembre 2009 riporta a pagina 34 un interessantissimo articolo che i nostri giovanio dovrebbero meditare.

Penso in particolare ai laureati triennalisti della Cattolica che “a tutti i costi” vogliono (o sono convinti dalle famiglie) andare avanti e fare altri due anni di università per la laurea specialistica o magistrale. Niente di più sbagliato se manca la voglia di studiare o un futuro ipotizzato in modo preciso e circostanziato. E mi spiego

Al giorno d’oggi un mestiere (come una lingua parlata e scritta molto bene) può valere almento come una laurea in termni di successo professionale, soddisfazione personale e guadagni. Provate a pensare quanto costa un’ora di un falegname, di di un meccanico o di un elettricista! Come minimo siamo dai 35 ai 50 €!

E vi assicuro che moltissimi imprenditori di successo odierni hanno iniziato come artigiani. Allora tracciamo una strada per una family business piccola ma eccellente. Finita la laurea triennale, tipico pezzo di carta che da un’alfabetizzazione su tutto ciò che serve per una PMI fammiliare: sai un po’ di marketing, di programmazione e controllo, di strategia, di organizzazione, ecc. ; si va a lavorare sotto padrone e si impara un mestiere (che l’Università non dà e non può dare in quanto fornisce cultura, metodo e modelli). Poi si torna in Univeristà e si frequanta un master universitario di primo livello, che risulta professionalizzante; si ritorna a lavorare e si incomincia a coinvolgere qualche familiare, poi si inizia ad assumere uno due tre dipendenti e si da vita a una PMI. Poi….. avete capito come finisce il film!

Forza ragazzi, avete in mano il mondo, non sprecate questa fantastica occasione volendo a tutti i costi impiegarvi in una multinazionale contro voglia e solamente perchè qualcuno (erroneamente) vi ha detto che lì il posto è sicuro, l’orario finisce alle 17, il sabato e la domenica sono liberi.

Come dice, nell’articolo segnalato, Marco Colombo “…i ragazzi tra i 19 e i 20 anni …hanno un approccio all’occupazione completamente sbagliato. Mancano di progettualità, proprio quella che ci dovrebbe essere per affrontare un mercato del lavoro sempre più complesso.” Parole sante! Parola del prof.!

Bravo Unicredit: soldi alle PMI con criterio

settembre 7, 2009 di Claudio Devecchi

Finalmente! Era ora che qualche banchiere italiano (pochi in verità) tornasse a fare il suo mestiere: dare credito alle aziende che meritano nella sostanza anche se hanno avuto qualche “difettuccio” (leggi irregolarità andamentali).

Se Unicredit terrà fede a quanto affermato dal suo deputy ceo Roberto Nicastro “…estendiamo la valutazione ad aspetti più qualitativi…come la storia di un’azienda e le caratteristiche imprenditoriali del management” gli imprenditori e gli artigiani delle PMI italiane avranno senz’altro notevoli e importanti benefici. 100.000 € in media per 10.000 aziende non è poco. Ma non basta: le PMI italiane bisognose di sostegno in questi mesi autunnali sono molto di più (tante centinaia di migliaia)e allora ci aspettiamo che altri “SOS” vengano presto messi in attio da numerose altre banche, che di soldi ne hanno, e tanti.
Non facciamo nomi ma almeno dieci banche di grossa stazza potrebbero mettere a disposizione un miliardo di euro cadauno e allora si raggiungerebbe una massa critica che sull’economia italiana avrebbe un peso anti ciclico considerervole.

Forza, banchieri italiani, tirate fuori i dobloni e…. non solo ….. quelli!

Sto progettando il corso universitario sul Family Business…..

settembre 4, 2009 di Claudio Devecchi

Se c’è qualche imprenditore (anche giovane) che vuole dare la sua testimonianza nel mio corso su “Strategie e problemi della Family Business” su uno degli argomenti che tratto (vedi mio libro edito da Vita&Pensiero, “Problemi, criticità e prospettive dell’impresa di famiglia, Milano, pp. 383, 25 €) è benvenuto. Mi risponda su questo blog o al mio indirizzo mail “claudio.devecchi@unicatt.it”.
Quest’anno farò fare ai miei 80 studenti una ricerca sul tema “Passaggio generazionale: luci e ombre di un processo complesso”. Aziende disponibili sono ben accette, segnalatevi. Grazie