Sono cresciuto in un’impresa di piccole dimensioni in cui il soggiorno di casa si avviciava maggiormente, per clima e discorsi trattati, all’ufficio dell’azienda di famiglia … Tutto molto bello se l’attività di famiglia piace e appassiona, cosa che fortunatamente accadeva e accade tutt’ora.
Non c’era però il tempo e la volontà da parte dell’imprenditore di parlare d’altro, anche la politica e lo sport, “must” dell’italian style, avevano vita breve: “approposito, cosa ha detto il cliente XY sulla merce consegnata questa mattina? Ti è sembrato soddisfatto? Aveve incontrato qualche tipo di difficoltà? Il nuovo “padroncino” come si è comportato? …”.
A queste persone, imprenditori in tutto e per tutto, non crea problemi parlare di lavoro in ogni dove: a tavola (troppo facile), in automobile il sabato pomeriggio (già meglio), sdraiati sotto l’ombrellone in spiaggia (da applauso) … Sono incorreggibili … Ma nello stesso tempo, icone della dedizione e della perseveranza.
In questo caso il lavoro non solo nobilità, ma fornisce ossigeno per la loro sopravvivenza … Badate bene, ho detto “la loro” di proposito … Solitamente moglie, figli, parenti e amici (e dipendenti) non la pensano sempre così …
Il figlio di un “animale” particolare qual è l’imprenditore di un’impresa familiare cresce, effettivamente, in un ambiente particolare (forse troppo). Talvolta non riesce ad avere un vero e completo “contatto con la realtà” che lo circonda … un esempio su tutti: si impara a percepire la vacanza non come un momento per “staccare dalla frenetica vita lavorativa e per pensare a se stessi”, ma come “un’occasione per lavorare poco e meglio”… “ah figlio, che bello lavorare in agosto con le strade libere dal traffico …”.
Può sembrare un incubo? Vi garantisco che dall’interno si nota che qualcosa non funziona ma, essendo nati e cresciuti in un ambiente così fatto, la percezione è falsata. Immaginate di essere leggermente miopi e di non utilizzate gli occhiali, non riuscite a vedere sempre nitido, anzi, certi particolari vi sfuggono … o, ancor meglio, gli occhiali li avete ma la lente non è della vostra gradazione …
Un modo per comprendere meglio la realtà e per capire se questa vita (quella da imprenditore) fa veramente per voi? Uscite di casa! E fatelo per un periodo di tempo non breve (2/3 anni).
Vi avverto – anche sulla base della mia esperienza – non sarà facile! Il mondo che avete imparato a conoscere è “un pò” diverso … Ci sono aspetti che probabilmente non conoscete e aree d’interesse di cui non avete mai sentito parlare …
Vi potrei raccontare la mia esperienza in proposito, ma non lo farò, almeno per qualche giorno … Vediamo se vi ritrovate nelle mie premesse. Al prossimo articolo “autobiografico”.
aprile 4, 2008 alle 11:28 am |
[...] Sul blog Family Business Smart, dedicato alle aziende di famiglia (cliente Monkey), oggi appare un post di Stefano Colombo che mi ha fatto ripensare alla vita che faccio da diversi [...]
aprile 5, 2008 alle 10:30 am |
non sempre è così….certo tutti noi che crediamo ad un progetto ne veniamo in parte assorbiti, ma il fascino dell’essere imprenditore è anche leggere, studiare, guardarsi in torno per migliorare la propria azienda ma anche per crescere come persona.
se tutto inizia e finisce in azienda si rischia di penalizzarla.
PS complimenti per il progetto. molto interessante
aprile 8, 2008 alle 7:23 am |
Sono perfettamente d’accordo con Lei.
Nei prossimi capitoli della storia “il piccolo imprenditore si racconta” emergerà proprio ciò che Lei ha posto in evidenza: “la necessità di leggere studiare e guardarsi intorno …”
Continui a seguirci … il commento di un “confessore” di family business è da noi ricercato e apprezzato.
aprile 9, 2008 alle 1:24 pm |
sorrido perché la prima parte della tua esperienza assomiglia molto alla mia, e diverte sentirsela raccontare! é proprio così, la giornata, in qualunque situazione o luogo é vissuta mettendo al centro il lavoro. Stephen Covey non sarebbe affatto contento di questa situazione e proporrebbe di mettere al centro i valori, facendo girare attorno ad essi anche il lavoro, togliendone quindi il primato e la centralità, e l’esperienza all’estero o in Italia in aziende diverse magari non familiari aiuta senz’altro ad ottenere una visione del futuro e dell’organizzazione più depurata e meno emotiva. Aspetto il prossimo articolo!
aprile 10, 2008 alle 7:53 am |
E’ certo che cultura, valori e credenze profonde devono fare da “humus”, da “sottostante” al nostro modo di pensare e agire.
Sono e devono essere quello “zoccolo duro” che ci indirizza e ci “tengono sulla retta via”.
A mio avviso, “Condicio sine qua non” del buon imprenditore devono essere:
1. la condivizione di tali valori con famigliari, dipendenti, fornitori e clienti e, non meno importante,
2. l’”assunzione secondo ricetta” (ovvero il buon senso) … se stiamo vedendo una partita di calcio dell’Italia, please, non parliamo del premio “il lavoratore del mese” … almeno aspettiamo il fischio che indica la fine del primo tempo.
Mi perdoni l’ironia, cerco di tornare serio.
Alla base del suo intervento c’è una grande verità: valori, credente e convinzioni profonde sono il punto intorno al quale devono orbitare i nostri atteggiamenti (sia in famiglia che in azienda).
Al prossimo articolo … e al suo prossimo intervento …
aprile 18, 2008 alle 3:39 pm |
Uno “spaccato di vita” classico per un “possibile erede”.
Ma questo succede perche’ per i genitori : Vita = Azienda = Vita
Non esiste nulla al di fuori di questa. Ed e’ questo il motivo per cui ci si attaccano non solo con le unghie, quando si rendono conto che non sono piu’ adeguati, ed e’ giunto per loro, ahime’, il momento di passare il fantomatico testimone.
Senza l’Azienda non c’e’ Vita.
Fino al giorno prima si lamentano perche’ non hanno tempo libero e poi, quando hanno il tempo libero dicono : “Beh… e ora che faccio ?”
Fuori da questa si sentono persi, vuoti e senza interessi, per assurdo… non sanno come passare il loro tempo “libero”, se questo “spazio libero” non e’ occupato da pensieri sull’azienda.
Mamma mia quante cose avrei da dire a proposito… ma per ora continuo a leggere questa interessante iniziativa. Complimenti!
aprile 22, 2008 alle 8:55 am |
Mi trova d’accordo con lei.
L’imprenditore è indubbiamente un “animale” particolare che spesso parla un pò troppo di business in famiglia e che difende la sua creatura (l’azienda) dalle grinfie di chiunque. Talvolta anche dalla stessa famiglia.
Non mi sento però di dare tutta la colpa a loro, specialmente se sono di prima generazione.
Famiglia e azienda crescono in simbiosi e l’imprenditore deve continuamente tenere in equilibrio questo duplice sistema. E’ molto difficile “destreggiarsi” tra familiari, dipendenti, fornitori, clienti e concorrenti … per non parlare dei parenti acquisiti …
aprile 24, 2008 alle 3:00 pm |
Queste considerazioni sono molto interessanti e trovano grande conferma nella delicatezza di alcuni incarichi di ricerca nei quali l’imprenditore, o per affiancare il figlio, o per sostituirlo perchè non “motivato”, o anche semplicemente perchè non ne ha, “deve” inserire un corpo estraneo alla famiglia. Vi lascio immaginare quanta proiezione di ciò che voi dite emerge poi già dalle prime fasi di conoscenza tra il probabile candidato e l’imprenditore……c’è in questi casi una contraddizione intrinseca che emerge e che francamente nel mio lavoro piace molto scoprire e dalla quale farmi indirizzare nella mia ricerca e selezione. Certo, io capisco anche la difficoltà dell’uomo che deve di colpo pensare di delegare….lo vedo in faccia quando mi parlano soprattutto per la prima volta…..dietro una disponibilità appunto di facciata, c’è spesso della sofferenza. Molto del successo dipende anche dalla profondità personale del nuovo manager
aprile 28, 2008 alle 3:25 pm |
“L’inserimento dei manager” è, come Lei ha già ben evidenziato, uno dei problemi maggiormente sentiti come tale dagli stessi imprenditori.
Dalle nostre ricerche, nelle imprese familiari di piccola dimensione (tra 0,4 e 50 milioni di euro) è sentito come un problema dal 26% degli imprenditori, per giungere a un ragguardevole 41%, se si tratta di imprse di medie dimensioni (tra 50 e 100 milioni di euro).
Secondo la letteratura i tre driver che guidano un manager nella scelta della propria occupazione sono:
a) livello di retribuzione
b) possibilità di crescita professionale
c) ambiente “positivo”
Anche i nostri “aprofondimenti” hanno mostrato che l’imprenditore di fronte alla necessità oggettiva di dover delegare “fatica” ad accettarlo e, qualora ne prenda consapevolezza, a fare ciò che deve essere fatto: “lasciare un pò le redini del comando” …
Questo argomento è di grande interesse sia dal punto di vista accademico che, e soprattutto, da quello operativo, sarebbe molto interessante continuare questa discussione …
Sicuramente nelle prossime “puntate” tale criticità emergerà …
aprile 29, 2008 alle 3:54 pm |
Grazie per la risposta e i suoi commenti.
Vorrei però aggiungere qualcosa sui “driver”.
Quando penso a un manager da proporre ad un imprenditore per affiancarlo…… , certamente la parte retributiva ha la sua ovvia importanza però, per la peculiarità del contesto, forse la motivazione principale nel candidato deve essere da noi scoperta e verificata proprio nel piacere di poter offrire la propria esperienza. A quel punto della curva, la crescita professionale trova la sua soddisfazione nel “dare”.
aprile 29, 2008 alle 4:00 pm |
Come vede, la “letteratura” da sola non ci offre tutte le risposte: l’esperienza quotidiana “sul campo” la modella e la completa.
Il nostro obiettivo con questo blog è appunto quello di “contaminare” la teoria con la pratica: “continui a seguirci! E a chiosare!”
Arrivederci al prossimo post.