Archivio per la categoria ‘rischio family business’

IMPRESE DI FAMIGLIA: DESTINAZIONE SINGAPORE. Avvertenze e consigli per gli imprenditori di famiglia.

ottobre 4, 2011

L’Associazione CERIF ha intervistato il giornalista Giovanni Lombardo, per affrontare il processo di internazionalizzazione nelle imprese di famiglia.

Giovanni Lombardo vive da 9 anni e mezzo a Singapore ed è un professionista dinamico, orientato ai risultati, consulente con esperienza nella vendita & business development. Avendo viaggiato molto nel Mondo, si adatta velocemente alle sfumature culturali “locali” e gli attribuiscono un talento per la ricerca di soluzioni in un ambiente internazionale contemporaneo. Ha una natura amichevole, senza pretese e la capacità di parlare 8 lingue [Italiano, Greco moderno, Inglese, Bahasa, la lingua parlata da 300 milioni di persone in Indonesia, Francese, Spagnolo, Tedesco e Portoghese] e di scherzare in altre 5. Contribuisce saltuariamente come corrispondente da Singapore per programmi di radiodue, come Caterpillar, e partecipa al sito http://www.anordestdiche.com/cat/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/singapore/descrivendo la parte del mondo dove si e’ stabilito.

Quali ritiene, in base alla Sua esperienza,  siano i limiti delle imprese italiane che si apprestano a espandersi sui mercati esteri, come Singapore ad esempio?

“In base alla mia personale esperienza con le ditte familiari italiane a Singapore ho individuato tre punti deboli della loro struttura che le condannano, di solito, a non riuscire a essere presenti su questo mercato, e su altri che fanno riferimento a questo mercato.

Un primo elemento che spesso non è sufficientemente presente, nel momento in cui un’impresa familiare italiana decide di esportare i suoi prodotti/servizi fuori dall’Europa, è l’informazione. Spesso gli Italiani mai usciti dall’Italia partono con la convinzione che in fondo in fondo tutto il mondo sia paese, e che quindi gli strumenti con i quali hanno avuto successo fino a un momento prima in Italia saranno gli stessi che porteranno il successo all’estero. 

Più di una volta ho sentito persone di una certa statura pronunciare delle frasi ex cathedra con la convinzione profonda di aver espresso un articolo di fede, mentre contro la realtà locale tali parole finivano solo per far sorridere.

Un paio di esempi: “Prendiamo l’elenco telefonico e andiamo a bussare porta per porta”; oppure: “Ci troviamo alle sette in hotel così alle otto siamo già in ufficio dai potenziali clienti”. Singapore non e’ un paesetto e la gente ha moltissimi impegni anche nei Paesi vicini.

Si sono mai immaginati, i titolari di queste imprese familiari che magari producono un oggetto straordinario, o forniscono dei servizi davvero unici, e illustrativi della creatività italiana che unisce gusto estetico a funzionalità, che in altri Paesi i modi di operare possano essere diversi?

In una città come Singapore esiste una rigida gerarchia nel lavoro per la quale ognuno è deputato solo al suo segmento e non osa interagire con il lavoro dei colleghi o peggio ancora, dei superiori. Quel gioielliere italiano, titolare di un’impresa di famiglia, che partisse con l’elenco telefonico e andasse a visitare anche cinque diverse gioiellerie per poter “parlare col titolare” pensa che il commercio qui sia organizzato in modo simile alla sua impresa, cioè in modo familiare. Invece di solito qui a Singapore c’è un grande gruppo dal nome relativamente generico che prova a controllare tutto il mercato nel suo insieme in un regime di monopolio, frazionandosi in un certo numero di società dedicate ciascuna al suo segmento di mercato per prezzo e per età del consumatore. Probabilmente in una settimana di lavoro costante il “nostro” gioielliere italiano arriverebbe a questa conclusione e, vicino al momento del suo ritorno in Italia, proverebbe a fissare un appuntamento con le persone responsabili degli acquisti del gruppo. Purtroppo in questo caso magari le persone responsabili non sono disponibili o non ci sono, perché’ hanno una fitta agenda stabilita già mesi prima. La lentezza dell’economia italiana non deve trarre in inganno gli Italiani e far loro credere che ovunque nel Mondo sia così. 

Si sono mai chiesti, i titolari d’impresa familiare, come fosse la struttura sociale di quel Paese che andavano visitando?

Il secondo punto debole è la scarsa o nulla conoscenza della lingua inglese e dei modi di pensare tipici nel capitalismo anglosassone che sono legati alla lingua. L’Italiano è farraginoso e barocco nei termini finanziari. L’inglese è semplice e descrittivo. Un’immobilizzazione in inglese è un asset. Questa differenza linguistica si riflette nell’operatività. L’Italiano ha paura della competizione e vive in un mercato saturo e asfittico; l’operatore di lingua inglese è abituato alla competizione e a un respiro internazionale. Poter parlare l’inglese non significa soltanto poter tradurre parola per parola, (il che non significa ancora saper parlare la lingua), ma poter pensare un concetto, oppure, poter trovare un concetto che linguisticamente si avvicini a quello che si vuole esprimere, e riuscire a trasmetterlo. 

Qui si rivela il terzo punto debole dell’imprenditore titolare di un’impresa familiare. 

Se io so fare, diciamo, una pompa molto specializzata che funzioni sott’acqua a una pressione particolare, non è detto che io la sappia anche vendere. Certo, conoscere i dettagli tecnici della pompa come venditore mi aiuta infinitamente nel venderla a chi ricerca esattamente un tale strumento, ma il semplice saper fare la pompa non mi da la conoscenza del modo di venderla. Ad esempio, paesi come la Malaysia o l’Indonesia possono caricare un’aliquota d’imposta altissima su una macchina costruita in Italia, mentre se la stessa macchina è smontata e le sue varie parti sono spedite in momenti diversi come pezzi di ricambio, la tassa è molto meno pesante. Che cosa serve in questo caso? Serve un punto di riferimento a Singapore che possa mandare le parti della macchina a un altro punto di riferimento in Malaysia o in Indonesia dove queste saranno assemblate di nuovo in modo efficiente.

Il terzo punto debole del titolare d’impresa familiare uscito dal mondo che conosce per provare a vendere i suoi prodotti/servizi fuori dall’Europa è la reticenza a delegare le operazioni che egli non sa fare da solo a operatori specializzati e a pagare per questo servizio. Spesso ho sentito i titolari d’imprese familiari dire a chi avevano incontrato in questa parte del mondo, quando veniva loro richiesto un giusto compenso per l’opera svolta di ricerca di mercato da farsi o già fatta: “Se si potrà perché le cose avranno veramente preso piede, saremo prontissimi a corrispondere un compenso”. Tuttavia spesso chi l’ha detto, 1. o non ha reso possibile che le cose prendessero piede non accettando le raccomandazioni del consulente oppure, 2. non essendo stato stabilito a priori alcun contratto, si è impossessato del suo lavoro escludendo il consulente dal godimento dei frutti del suo lavoro andando avanti per conto suo e spesso non a lungo, mancando il punto di riferimento qui. 

Probabilmente una conseguenza poco favorevole  di questa incapacità di delegare è che spesso il figlio del fondatore/titolare si ritiene investito per grazia divina della capacità di gestire, magari supportando queste sue credenze con studi fatti a livello universitario ma sulla carta, senza alcuna esperienza e conoscenza pratica.

Certi costumi italiani, come il Ferragosto, sono incomprensibili all’estero, dove esiste l’aria condizionata, il caldo non è quindi insopportabile e le ferie sono scaglionate per tutti attraverso tutto l’anno in modo da mantenere la produttività e il consumo stabili.

Esistono imprese che sono partite in modo familiare e che conservano la proprietà come familiare eppure, sono riuscite a evolversi con successo nel mondo contemporaneo. Mi viene da citare ad esempio Mastroberardino, il famoso nome della viticultura campana. Questi partì come impresa familiare, con intuizioni rivelatesi poi vincenti contro l’opinione prevalente, come ad esempio valorizzare i vitigni autoctoni in un momento, nel dopoguerra, quando tutti li estirpavano per far posto a varietà francesi, e crebbe solo assegnando compiti diversi a diversi professionisti: così chi coltivava le terre era una persona diversa da chi faceva il marketing che era ancora un’altra persona rispetto a chi faceva il vino. La famiglia ha mantenuto il suo ruolo, modernizzandosi”.

Giovanni Lombardo è a disposizione della Community CERIF per rispondere a quesiti e curiosità su Singapore e sul modo di fare business in questa città in cui vive da nove anni e mezzo.

IL RISCHIO FINANZIARIO NELL’IMPRESA DI FAMIGLIA

marzo 16, 2011

L’impresa di famiglia è sottoposta più di altre imprese al rischio finanziario, che è uno dei 40 problemi, facente parte del polo Livello di Rischio, identificato dai ricercatori del Centro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia CERIF.

Molti sono gli aspetti da considerare per avere una gestione finanziaria sicura e di successo: competenze tecnico – specialistiche appropriate, strumenti di controllo e di monitoraggio continui, risorse umane dedicate ecc.

Due fattori hanno caratterizzato, dal punto di vista economico-finanziario, il rischio finanziario delle imprese di famiglia in questi ultimi anni, e cioè:

a)         La globalizzazione dei mercati, con la sua pressione sui fatturati e sui costi di  produzione;

b)         Le crisi finanziarie, con la pressione sui fatturati a causa del calo della domanda e con le difficoltà di accesso al credito.

Questi due fattori hanno contribuito ad innalzare il, sempre presente per la verità, rischio finanziario nelle imprese di famiglia.

Abbiamo quindi due tipologie di rischio, una positiva ed una negativa; la prima è legata allo sviluppo, la seconda a processi di riorganizzazione societaria e di ristrutturazione del debito.

La ristrutturazione finanziaria del debito, è una operazione di finanza straordinaria comune in periodi di crisi e utile alle aziende per riposizionare e ristrutturare la propria finanza secondo le nuove esigenze.

Gli attori coinvolti nel processo sono l’imprenditore, il management, i dipendenti, i fornitori e i finanziatori (Banche e Leasing).

Da un lato abbiamo imprese di famiglia super capitalizzate con mezzi propri pari al settanta, all’ottanta per cento del totale delle fonti finanziarie impedendo in tal modo qualunque significativa diversificazione e assumendo un rischio eccessivo, dall’altro lato imprese familiari con tassi di indebitamento superiori alle dieci unità.

La tentazione di fare commistione tra il “portafoglio” aziendale e quello familiare sta alla base, tra l’altro, del rischio finanziario.

“Famiglia ricca, azienda povera” è non di rado un fenomeno diffuso in quanto ha origine da una cultura, tipicamente italiana, di lavorare “con i soldi degli altri” (delle banche, dei fornitori, del fondo tfr, ecc.) in misura spropositata.

 

Ringraziamo il Dott. Marco Zucconi in rappresentanza della ZUCCONI & C.

ELEMENTI DI CRITICITA’ DELLE FAMILY BUSINESS ANCHE CON RIGUARDO ALLE ESIGENZE DI SOSTENIBILITA’ DEI LORO ASSETTI PROPRIETARI

febbraio 25, 2011

Mercoledì, 23 Febbraio 2011 si è tenuto il convegno “Elementi di criticità delle Family Business anche con riguardo alle esigenze di sostenibilità dei loro assetti proprietari”, presso la Cripta dell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Il convegno, organizzato dall’Associazione CERIF,  in linea con lo stile della casa si è concentrato sulle problematiche e le opportunità che le Family Business devono percepire, comprendere e gestire per evolvere nel miglior modo.

Il Prof. Claudio Devecchi, Ordinario di Strategia e Politica Aziendale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Amministratore Unico di CERIF e Direttore Scientifico di ASAM, ha aperto i lavori dando il benvenuto agli imprenditori di famiglia e ai professionisti presenti in sala.

A seguire il Dott. Stefano Devecchi Bellini, Direttore Operativo di CERIF, ha portato all’attenzione dei presenti l’Associazione CERIF, che riunisce le imprese di famiglia e si configura come un qualificato punto di riferimento per gli imprenditori e gli operatori di questo settore dell’economia italiana.

La presentazione della freschissima ricerca “Problemi, criticità e prospettive dell’impresa di famiglia” (Dicembre 2010), tenuta dal Prof. Claudio Devecchi, ha suscitato un grandissimo interesse da parte dei presenti, i quali hanno ascoltato attenti, appuntandosi dati e contenuti inediti su cui riflettere.

La ricerca ha messo in luce le criticità che le imprese di famiglia italiane hanno percepito e che si trovano ad affrontare con consapevolezza.

Tra i problemi emersi come maggiormente percepiti: il “Rinnovamento della formula imprenditoriale”, rilevato dal 75% del campione intervistato, la “Gestione della successione e della continuazione”, riscontrato come un problema rilevante per il 50% degli intervistati, la “(Ri)Organizzazione dell’assetto societario”, considerato altamente problematico per l’83% dei partecipanti alla ricerca e il “Rischio sistemico”, che per il 92% degli imprenditori di famiglia è un problema da affrontare.

In particolare il “Rischio sistemico”, percepito come allarmante dal 92% del campione intervistato, rappresenta il rischio correlato all’andamento generale del settore, o del comparto di appartenenza; affrontarlo significa prendere consapevolezza dell’esistenza del problema e svolgere costantemente un monitoraggio dei fattori esterni che influenzano l’impresa.

Un ringraziamento particolare ai relatori presenti, i quali con i loro interventi hanno portato la propria testimonianza di vita aziendale e professionale, che ha permesso ai partecipanti di riflettere e confrontarsi sulle tematiche che quotidianamente si vivono nell’impresa di famiglia.

Un caro ringraziamento al Sig. Giovanni Anzani, Ceo di POLIFORM, alla Dott.ssa Simona Leggeri rappresentante dell’impresa di famiglia LEGGERI e al Dott. Marco Zucconi in rappresentanza della ZUCCONI & C.

E’ stato un convegno ricco di contenuti e anche portavoce di un forte messaggio di incoraggiamento per il futuro delle imprese familiari italiane.

Infatti, in occasione della tavola rotonda “Quale futuro per le imprese familiari italiane?”, è stato possibile, per i presenti in sala, arricchirsi di preziosi consigli al fine di indirizzare al meglio il futuro sviluppo dell’impresa di famiglia.

La tavola rotonda è stata moderata dal brillante Roberto Bonzio, giornalista Reuters e autore del progetto multimediale Italiani di Frontiera, e ha visto la partecipazione dell’imprenditore Dott. Filippo Berto, giovane rappresentante dell’impresa di famiglia BERTO SALOTTI e di professionisti di elevato standing come il Dott. Marco Cravesana, partner di EQUITY & CHALLENGE, e il Dott. Marco Moreschi, Direttore Generale della BANCA CENTROPADANA di CREDITO COOPERATIVO di Lodi.

Un sentito ringraziamento al Prof. Sergio De Angeli, già Ordinario di Economia delle Aziende di Credito presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Senior Consultant CERIF, che ha contributo con impegno e collaborazione alla buona riuscita del convegno.

Grazie agli imprenditori e ai professionisti che hanno assistito al convegno e che entusiasti e orgogliosi di rappresentare la propria impresa di famiglia hanno portato la loro testimonianza aziendale in un’esclusiva intervista.          

          

                                      

Basilea 2 e i beni intangibili: minaccia o opportunità?

ottobre 5, 2009

Vorrei portare una riflessione la più oggettiva possibile in quanto mai come in questi mesi molti hanno scritto e detto “cose” false su Basilea2 verosimilmente pro domo loro.  Innanzitutto è bene che gli imprendi-tori/trici si ricordino sempre che la banca dà massima importanza alla così detta analisi andamentale. Tale analisi fa riferimento sia alla storia reputazionale dell’azienda familiare (nessun protesto, nessun assegno scoperto, nessun ritardo di pagamento di rate mutuo et similia) che al modo con cui l’affidata o l’affidanda si relaziona con la banca. La relazione, e qui ci avviciniamo a quanto mi sta a cuore, deve essere la più trasparente e sincera possibile. L’onestà è un valore per la banca.  Qualcuno scherzosamente afferma che la banca assomiglia a un fiammifero: la freghi una volta sola….e forse c’è una punta (o molto di più) di vero.

Ebbene in questa relazione virtuosa l’imprenditore non deve mai dimenticare che Basilea2 chiede che la banca presti attenzione non solamante a ciò che c’è di tangibile (nel bilancio): attività a breve e a medio lungo termine (crediti verso clienti, cambiali attive, cassa e banca, immobilizzazioni tecniche nette, ecc.) e passività correnti e a medio lungo termine MA ANCHE CIO’ CHE C’E’ DI INTANGIBILE, è infatti scritto neigli oltre 700 paragrafi del documento originale: “elementi qualitativi”.  Ecco è proprio in quest’area che l’imprenditore deve investire in conoscenze.

Non le conoscenze usuali che fanno riferimento alle cose intangibili che sono rappresentate formalmente in bilancio (marchi, brevetti e avviamento) ma ciò CHE STA FUORI DAL BILANCIO MA DENTRO L’AZIENDA FAMILIARE.

Mi riferisco ai beni immateriali, in senso lato e non contabili che però hanno un valore e talvolta ben superiore alla somma di quelli iscritti tra le attività del bilancio. In un recente Convegno tenuto nel mese di giugno presso l’Università degli Studi di Brescia intitolato ” Innovazione e Società”, ho avuto modo di spiegare perchè gli intangibili hanno valore e quali sono gli intangibili che possono essere tradotti in valore per la banca.  Chi volesse avere il testo o i lucidi di questa relazione mi scriva via mail; qui intendo solamente proporre un elenco che pare essere abbastanza originale degli elementi che compongono la numerosa famiglia degli incentivi in modo che l’imprenditore ne prenda atto e spunto per meglio dialogare con la sua banca.  Ecco gli elementi che ho trovato in letteratura e sul campo:

1. contesto concorrenziale; 2. prospettive di settore; 3. livello di competizione (fattori di successo) dell’azienda; 4. andamento della domanda; 5. soddisfazione clienti; 6. sistemi di controllo di gestione (economica e finanziaria); 7. piani e budget aziendali (attendibilità del dato inserito); 8. storia e tradizione aziendale; 9. organizzazione e sistemi gestionali; 10. posizionamento competitivo; 11. innovazione, qualità/quantità degli investimenti in R&S; 12. informazioni commerciali circa eventuali eventi pregiudizievoli; 13. indagini di mercato (proiezioni dom./off. di settore e area geograf., tassi inflazione,livelli occupazionali e costi salariali, ecc.); 14. governance; 15. profilo gestionale; 16. posizionamento strategico; 17. rischi; 18. storia e tradizione aziendale; 19. visione strategica e le capacità manageriali; 20. vantaggio competitivo e l’evoluzione del settore economico di riferimento; 21. struttura aziendale e la gestione delle risorse umane; 22. grado di innovatività dell’impresa e del prodotto; 23. rispetto delle principali normative del settore di riferimento (ambiente, sicurezza, ecc.); 24. dislocazione geografica; 25. settore di appartenenza; 26. qualità del management; 27. struttura proprietaria; 28. appartenenza a gruppi; 29. know how aziendale; 30. piani di espansione; 31. quota di mercato; 32 strategie commerciali; 33. capacità di innovare; 34. competenze; 35. know how delle persone; 36. immagine sul mercato; 37. patrimonio relazionale con mercato e clienti; 38. relationships; 39. knowledge; 40. leadership e communication; 41. culture and values; 42. reputation and trust; 43. skills and competencies; 44. processes and systems; 45. grado di diversificazione.

Sono perfettamente consapevole che l’argomento susciterà molte perplessità in certuni ma le ricerche che ho condotto presso non pochi istituti di credito mi fanno ritenere che i bancari stanno (anche se faticosamente) costruendo una loro cultura sugli intangibili quali elementi per meglio valutare il merito creditizio.

Una stima fatta da Centuria-Romagna Innovazione Tecnologia, afferma che “sul valore di mercato di un’azienda il 28% dell’attivo è rappresentato da attività tangibili, il 72% da tecnologia, competenze, strategia, reputazione, organizzazione; così –simmetricamente- il 28% del passivo visibile è dato da debito e patrimonio netto, il rimanente 72% da capitale intellettuale invisibile. Questa è la base per costruire la c.d. “teoria dell’iceberg”.

Allora, e concludo, se pensiamo che il valore economico degli intangibili è 3/4 volte il totale delle attività in bilancio capiamo l’enorme spazio che soprattutto le imprese familiari hanno nel chiedere fiducia (cioè fido, cioè soldi) alle banche.

Innovativo Seminario: come gestire l’arrivo della nuova generazione in azienda?

maggio 17, 2009

L’associazione CERIF, CEntro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia dell’Università Cattolica di Milano è lieta di proporre un evento speciale intitolato l’ “Arrivo della Nuova Generazione. L’impatto sulle persone e sul business.”

Sarà possibile partecipare a questo speciale corso che si terrà nell’ Autunno 2009, ancora in data da definirsi, presso l’agriturismo “La Tavola Rotonda” a Cortemaggiore (PC); una full immersion di tre giorni organizzata per favorire un’analisi approfondita della propria impresa, esaminare il tema delicato della gestione del passaggio generazionale ed offrire soluzioni a questo complesso processo familiare in un ambiente suggestivo.

Il corso è rivolto agli imprenditori delle imprese familiari italiane e ai rappresentanti della nuova generazione (figli/e, nipoti, stretti collaboratori non familiari), in coppia.

Sarà presente il Prof. Claudio Devecchi, prof. ord. di Programmazione e Controllo (Università Cattolica di Milano) nonché Amministratore Unico di CERIF, il dott. Massimo Lodi Responsabile del servizio di Family Business UBI Banca Scarl, il dott. Ferruccio Cicogna Direttore Divisione Imprese ASAM, il dott. Giuseppe Arcamone Responsabile Formazione ASAM, la dott.ssa Evi Crotti psicologa e grafologa e il dott. Alberto Magni medico e grafologo dello Studio Crotti-Magni.

La “crisi” a Modena …

febbraio 3, 2009

Buon 2009 a tutti (anche se in ritardo) !

venerdì 29 gennaio scorso ci siamo recati a Modena, dietro invito delle “Donne Impresa” di LAPAM Federimpresa (Federazione di Associazioni che rappresenta tutto il mondo imprenditoriale: artigianato, commercio, piccole e medie imprese, agricoltura della Provincia di Modena ).

Brochure evento

E’ stato un incontro ricco di spunti, sia dalla parte “accademica” che da quella “imprenditoriale”. Il momento finale della serata, adibito a domande/risposte, è stato molto partecipato … tante le riflessioni, i quesiti e gli scambi di opinione, non solo tra imprenditori e relatore, ma anche tra i “colleghi” della platea.

Per maggiori delucidazioni:

 http://www.lapam.mo.it/lapam/it/notizia.wp?contentId=NEWL6816

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La crisi finanziaria e la tentazione dell’azienda di famiglia.

ottobre 21, 2008

Una breve riflessione sulla crisi finanziaria, vista da chi è frequentemente a contatto con l’impresa di famiglia, il prof. Claudio DeVecchi e il consulente Massimo Carraro.

Tutti noi, in questo periodo, subiamo i colpi della grave crisi che ha colpito il mondo della finanza.

Nell’azienda di famiglia, dove a volte esiste una commistione non chiarissima tra patrimonio familiare e patrimonio aziendale, può nascere la tentazione di attingere risorse dal patrimonio d’impresa per poter continuare a mantenere un elevato tenore di vita.

E’ a nostro avviso raccomandabile il contrario, in un momento di crisi come questo – cioè garantire all’impresa le risorse di sempre, e se necessario apportare in azienda mezzi finanziari ulteriori, in modo da presidiarla e rinforzarla, durante la tempesta.

Si tratta di un atteggiamento prudenziale quanto mai opportuno, che può anche recare all’azienda il beneficio secondario di sottrarla parzialmente all’esposizione bancaria.

Convegno sul passaggio generazionale. Cronaca in diretta.

maggio 29, 2008

Milano, 29 maggio, ore 14:12.

Negli splendidi locali della cripta aula magna dell’Università Cattolica sta per iniziare il convegno:

DI PADRE IN FIGLIO – Il passaggio generazionale dell’azienda tra desiderio e responsabilità.

Pubblichiamo, man mano che hanno luogo, gli interventi dei vari relatori.

*

Primo intervento: la presentazione, a cura del prof. Devecchi, dell’associazione Cerif e della commissione “Generazione protetta”.

Evitiamo di cadere nella trappola del “banale” – dice il professore – e lasciamo spazio agli interventi. Solo una sintesi di come nasce l’inziativa.

Un po’ di mesi fa con Massimo Lodi ci siamo detti:

Perché non fare una squadra dedicata al passaggio generazionale, qualcosa che impegna 50-60mila imprenditori in un processo che durerà almeno 5 anni?

Gli imprenditori che avevano 20-25 anni negli anni 50, anni del boom, sono oggi nell’età di passare il testimone ai figli (o non passarlo).

Un problema ricorsivo, che si ripresenterà in forma analoga tra 50 anni.

Abbiamo poi coinvolto Matteo Zanaboni, il quale ha suggerito di portare il tema anche all’attenzione dei manager.

Di qui il coinvolgimento di Augusto Cicogna, amministratore delegato per 19 anni del gruppo Ernesto Pellegrini, interessante caso di family business nazionale.

E’ nato quindi un proficuo rapporto con “compagni di viaggio” imprenditori che ci hanno arricchito, umanamente e professionalmente.

E arriviamo all’incontro di oggi, a portare alla vostra attenzione i risultati di questa attività.

I miei colleghi hanno fatto un esame di una decina di strumenti, a disposizione dell’imprenditore, affinché il passaggio generazionale non sia un fenomeno che si osserva, ma un processo che si gestisce.

Una delle dimensioni più rilevanti in tutto questo è che l’assistenza all’imprenditore abbia un lato psicologico.

Perché questo?
Perché l’imprenditore ha dei timori.

Noi oggi vorremmo presentarvi i nostri sforzi perché l’incremento del sapere tecnico si accompagni a quello psicologico.

Quali sono, quindi, i 3 punti di riflessione che proporremo?

1° punto.
Abbandoniamo l’improvvisazione.
Non facciamo quelli che “inventano le soluzioni”, perché vedrete che c’è un impalcatura metodologica strutturata e importante.

2° punto.
Sì a un coordinamento, alla costruzione di un network al servizio dell’imporenditore.
E’ difficile che il singolo abbia tutte le competenze… l’invito è di fare network, per poter ricorrere di volta in volta a uno specialista di un certo settore.

3° punto.
Avere personale dedicato, non solo come financial planner ma con competenze diffuse. Ciò costituirà un vantaggio competitivo.

*

La parola passa ora a Massimo Lodi (Presidente Commissione Tecnica Permanente “Generazione Protetta” Asam Ubi Banca) che presenta le linee guida del convegno.

Alcuni dati:
Solo il 33% delle aziende supera il passaggio generazionale.
il 53% degli imprenditori ha più di 60 anni.
Il 67% delle aziende non supera il passaggio.

La nostra domanda è stata quindi:

Come facciamo a ridurre questo preoccupante dato, al di là del valore professionale delle nuove generazioni?

L’inquadramento dello strumento ideale ha comportato un’analisi dei fattori critici di un passaggio generazionale vincente.

Il concetto che è emerso è che il passaggio generazionale deve tener presente tutti questi elementi:

- economico
- organizzativo
- legale
- civilistico
- fiscale

e, trasversale a tutti:

- psicologico

Senza voler fare “la psicanalisi dell’imprenditore”, abbiamo realizzato che l’adozione degli strumenti tecnici corretti va sempre mediata atttraverso un filtro psicologico, e qui ringrazio il team di psicologi che ha lavorato con noi, perché è risultato fondamentale.

Ma cosa vuol dire parlare di passaggio generazionale?

In realtà, poco.

Quindi abbiamo identificato 4 aree di criticità, e non è detto che si applichino tutte (possono verificarsene anche solo 1 o 2 ad esempio).

Le 4 aree corrispondono anche ai 4 temi principali del convegno di oggi.

1
Come scegliere l’erede

2
Prevenire le liti è possibile?

3
Le nuove forme del benessere

4
Le nuove regole del gioco

Vediamo quindi le determinanti psicologiche chiave.

Uno degli esempi classici è la confusione tra il ruolo di padre e quello di imprenditore.
Quanti organigrammi abbiamo visto sovrapporsi con le figure familiari?
Figli amministratori delegati non considerati perché il padre è ancora in azienda?
Ovvio che ci vuole tranquillità e comprensione del meccanismo.
Altrimenti si ottengono risultati non desiderati.
L’importante è la consapevolezza della scelta.

Dopo di che abbiamo identificato gli strumenti, che abbiamo sistematizzato così:

- definizione dello strumento
- quali problemi aiuta a risolvere?
- come funziona
- quando utilizzarlo
- requisiti e grado di complessità
- vantaggi
- tempistiche
- cosa può comportare non realizzarlo
- complemetarietà con altri strumenti
- costi
- implicazioni psicologiche
- implicazioni fiscali

*

La parola al team degli psicologi, prof. Cristina Castelli e prof. Diego Boerchi.

Professoressa Castelli:

Lo sviluppo che si attua durante l’intera vita porta molte sfide, una delle quali è “dare significato alla propria esistenza” e questo riguarda anche le età senior, di cui stiamo parlando qui.

La questione “senior” è dell’imprenditore come di tutti gli altri: ansie, compiti e responsabilità sono di tutte le persone della terza età; però è proprio di questa età anche la possibilità di vivere con particolare pienezza, grazie alle risorse e alle esperienze vissute.

In questo momento gli over 60 sono il 23%, ma tra 50 anni saranno la metà della popolazione.

Molti senior hanno capacità di spesa e buona salute (anche se hanno bisogno di servizi), inoltre incidono sulle scelte politiche, come abbiamo visto di recente, in occasione delle elezioni, quando si è acceso un forte dibattito sull’età media dei politici, sempre piuttosto avanzata.

Tutto ciò richiede investimenti e soluzioni creative, per il benessere psicologico di questa crescente fascia di popolazione.

Tali soluzioni possono essere anche utili all’imprenditore che lascia l’azienda, se sono alternative intelligenti nei mondi della cultura, dello sport, del sociale.

Va notato che i senior possono e desiderano essere di aiuto agli altri, per poter invecchiare con successo, presenti nella vita sociale con esperienze e gratificazioni, pur dosando forze e capcità, e ridefinendo i propri obiettivi di vita.

Significativa la possibilità di donare, far del bene, che – basato sulle esperienze imprenditoriali precedenti – può dare buoni frutti nonché gradite soddisfazioni.

I compiti dei senior:

- riconoscere i propri limiti
- far leva sui propri aspetti positivi, esperienza
- sentirsi ancora in grado di cambiare
- orientarsi verso una nuova era della propria vita

In connessione alla tematica di oggi, abbiamo visto perché le previste “soluzioni tecniche” incontrano spesso resistenze.

Il contributo della psicologia sta nell’indicare che l’individuo non sempre agisce secondo logica, ma predilige a volte un aspetto emotivo, che pure esiste, mi riferisco a quella intelligenza del cuore che ha una sua importanza, nel convegno di oggi.

Abbiamo individuato 4 aree, che il dott. Boerchi ora vi illustrerà.

*

Professor Diego Boerchi:

Le 4 aree sono timori, ma anche altro: atteggiamenti sbagliati o non funzionali.

Vediamo, per ogni area, gli elementi conflittuali/ansiogeni.

1
Le nuove fonti del benessere

- il conflitto tra approcci operativi diversi
- difficoltà a considerare l’azienda come uno strumento
- il timore degli investimenti sbagliati
- paura di perdere il possesso
- incapacità di accettare nuovi modelli gestionali
- difficoltà di affrontare il proprio sistemna di valori

2
La scelta dell’erede

- confusione di ruoli: padre o imprenditore?
- impossibile clonazione dell’imprenditore
- confronto schiacciante imprenditore-superman/eredi-normali
- difficile formazione eredi
- impazienza degli eredi
- genere sbagliato (effetto “tetto di cristallo”, metafora che indica la difficoltà delle donne ad assumere la responsbailità)

3
Prevenzione delle liti

- non abitudine al compromesso
- difficoltà a confrontarsi con gli altri
- impazienza dei figli
- il proprio sistema di valori
- conflitti tra i sistemi “impresa” e “famiglia”

4
Le nuove regole del gioco

- paura della perdita di identità personale
- paura della perdità di identità sociale
- paura della morte

Consideriamo questo come l’inizio di una ricerca, da continuare a sviluppare e implementare, anche al fine di affiancare chi opererà da consulente su tali problematiche.

Massimo Lodi:

Il lavoro non ha lo scopo di psicanalizzare l’imprenditore, ma il team di psicologi è stato fondamentale per discriminare anche alcuni strumenti metodologici.

Nel momento del passaggio generazionale, io imprenditore devo confrontarmi con una domanda fondamentalmente scomoda:

Cos’è più importante, la mia azienda o la mia famiglia?

In pubblico, tutti dicono “famiglia”, in privato, non è così scontato.

Vedremo meglio questo negli interventi che seguiranno.

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La dottoressa Stefania Tomasini (Studio Severgnini) parla della scelta dell’erede.

Il rapporto generativo tra l’imprenditore e la sua impresa crea un legame unico e straordinariamente ricco, la cui natura fa sì che il sinfgolo non abbia, di fatto, le capacità di designarzione dell’erede.

I dati ci dicono che i passaggi generazionali determinano un alto tasso di mortalità dell’impresa, cosa che spesso, purtroppo, è accompagnata anche dal dissesto della famiglia.

Gli approcci possono essere diversi, alcuni strumenti esistenti sono molto utili, però dipende dall’imprenditore:

- pianificare il passaggio
- stimolare l’interesse dei figli verso l’azienda fin da prima del termine degli studi
- accettare la consapevolezza di non poter essee clonato, cosa che può essere positiva perché permette all’erede di mettere la sua, di impronta
- superare i pregiudizi verso il genere femminile

Questi sono alcuni motivi per cui la scelta dell’erede è importante, ma per dare strumenti in base alle criticità abbiamo individuato 2 tipi di famiglia e 2 di impresa.

famiglia classica
famiglia dinastica

azienda piccola
azienda grande

Per ognuna di esse, criticità e strumenti, considerando che c’è spesso corrispondenza tra
famiglia classica-azienda piccola
e tra
famiglia dinastica- azienda grande.

Spunti per l’azienda piccola:

- separare usufrutto e nuda proprietà
- scegliere eredi specifici per affari specifici, senza quindi mettere a repentaglio l’andamento dell’intera azienda
- l’esclusione di alcuni eredi può minare la credibilità dell’azienda e l’armonia familiare, quindi è opportuno considerare anche gli eredi “non scelti” (l’ordinamento attuale consente di inserire anch’essi in alcuni orgnai sociali, senza quindi escluderlo totalmente)
- in caso di necessità di compensare subito economicamente gli eredi esclusi dal passaggio generazionale, anche questo è previsto dal patto di famiglia

Spunti per famiglia con più nuclei, dove si moltiplicano gli interessi e le complessità:

- a volte qui si rendono necessarie scelte più drastiche
- i patti sono un insieme di regole scritte, condivise da tutti i componenti (regole etiche e pratiche) e separazione molto netta tra proprietà e destinatari dei benefici

Spunti per aziende grandi:

- le operazioni di private equity, abbastanza nuove ma molto utilizzate ultimamente, permettono di risolvere il problema di non avere una generazione pronta, e quindi permettono l’entrata in azienda di manager
- …

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Avvocato Giampaolo Naronte (Studio legale Lega Colucci e Associati) sul tema “Prevenire le liti, è possibile?”:

Perché nascono gli attriti?

Non tanto perché il padre non voglia lasciare l’azienda (sarebbe riduttivo sostenerlo) ma perchè i figli vogliono modificare l’impostazione dell’azienda.

Inoltre c’è il problema di gestire l’azienda e la famiglia insieme.

A questo punto, come ha detto il dott. Lodi, il problema è: privilegiamo il futuro dell’azienda o la tutela della famiglia? Anche qui, spesso si cerca di far prevalere l’azienda perché l’imprenditore ha impegnato tutte le sue forze e si immedesima con essa.

Almeno questa sembra essere la tendenza.

La stessa legge tratta diversamente la problematica, a seconda che il passaggio generazionale venga gestito con salvaguardia prevalente verso l’azienda o verso la famglia.

Nell’ambito che focalizza l’aspetto aziendale, l’aspetto familiare passa in secondo piano.
La ratio di questi strumenti, in questi caso, è un effetto segregativo del patrimonio, in modo che i beni non vengano a risentire delle dinamiche familiari.

Concludo affermando che prevenire le liti è auspicabile, anche perché:

- se ci sono delle controversie giudiziarie l’azienda stessa perde di appeal agli occhi dei terzi con cui viene in contatto
- quando ci si rende conto che la controversia richiederà anni, ci si siede sempre a un tavolo e si risolve; peccato che nel frattempo si siano persi tempo e denaro
- è molto difficile che le liti portino a vittoria totale, perché tutti gli eredi hanno diritto a “qualcosa”
- la legge mette a disposizione molti strumenti per prevenire le liti, non disperdere i patrimoni aziendali e non esautorare i figli dall’avere un ruolo

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Andrea Angelelli (Aletti Private Equity SGR) parla delle Nuove forme del benessere:

Il punto di vista mio quindi è quello di chi vive la problematicità quotidiana del passaggio generazionale da parte di chi investe in società non quotate, spesso – appunto – family business.

Il mio angolo di visione su questi temi, quindi, non è quello di chi ha un mandato fiduciario dell’imprenditore, perché io spesso sono in posizione di controparte.

In altre parole, finché non diveniamo soci, i nostri interessi e quelli degli imprenditori non sono allineati.

Partiamo dalle criticità, che per noi sono comuni con quelle degli altri interventi:

- patrimonio personale e aziendale sovrapposti
- resistenza culturale all’ingresso di nuovi azionisti
- processi aziendali non istituzionalizzati (legati a consuetudini)

L’imprenditore è spesso legato al territorio a filo doppio attraverso l’azienda.

Quando la figura dell’imprenditore fa un passo indietro, questo rapporto territorio-imprenditore diventa un ostacolo all’evoluzione dell’azienda.

Come anche la presenza di figure interne all’azienda che, in passato, sono stati fattori di successo e non riescono ad inserirsi nei processi evolutivi.

Soluzioni:

- scissioni delle attività non strumentali dall’attività aziendale
- cessione di parte delle quote o azioni a terzi (alternative: maggioranza/minoranza a socio industriale/finanziario, spesso non è altro che una situazione di passaggio morbido, quando l’obiettivo è già dall’inizio quello della cessione totale; nel caso del socio finanziario la conduzione dell’azienda può rimanere nelle mani dell’imprenditore)

I possibili strumenti regolamentativi della cessione di quote o azioni a terzi:

- patti parasociali
- differenziazione classi di azioni
- normative statutarie
- mandati fiduciari o trust

Possibili soluzioni al timore che l’azienda non sopravviva alla successione:

- managerializzazione (manager esterni o interni, oppure eredi; nella sostanza non cambia, se alla base c’è l’introduzione della cultura meritocratica, solitamente non presente nelle aziende imprenditoriali)

I vantaggi di un investitore istituzionale nell’ambito della managerizzazione:

- corporate governance definita
- allineamento degli interessi
- migliori possibilità di inserimento nuovi manager (l’investitore esterno fa sentire più garantiti i manager)
- …

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Alberto Musy (Studio legale Agnoli Bernardi Associati): Le nuove regole del gioco, ovvero come consentire all’imprenditore uscente di mantenere la tranquillità economica, indipendentemente dall’esito degli andamenti ‘aziendali dopo il passaggio.

Parola chiave: successione.

Questo implica una riflessione sui due modelli attualmente in discussione:
- il diritto napoleonico, che prevede il diritto inviolabile del passaggio del patrimonio all’interno della famiglia (successione legittima);
- il diritto in chiave anglosassone, che permette la creazione di regole ad hoc per ogni singola successione.

E’ quindi opportuno un ripensamento su queste regole, perchè ci sono sia le successioni “normali”, comuni, sia quelle estremamente complesse, in cui le regole stringenti della successione legittima costituiscono più un problema che altro.

L’inquadramento va quindi fatto all’interno di questa dicotomia.

Altra considerazone chiave è quella che riguarda la successione nel capitale umano, fonte di paure di vario tipo.

L’inesauribile forza dell’umanità che è la necessità dell’uomo di lasciare traccia di se stessi, è intrinseca alla natura umana e afferisce quindi anche ai temi del passaggio generazionale.

Nella mia esperienza ho individuato soprattutto 2 strumenti, il trust e la cosituzione familiare.

Veidamo perché questi 2 strumenti possono garantire la successione.

Il trust, legalmente, fa i conti con problemi di scontro conflittuale di cui si è detto, ed è un testamento di lunga durata.

Eppure il trust non va a colmare quelle due paure dell’imprenditore uscente – che sono la paura di non contar più nulla e la paura di morire – che invece vengono meglio regolate dalla visione anglosassone con la costituzione familiare.

Si tratta di un patto fra generazioni, che permette di fare un progetto, e con questa “scusa” dà all’imprenditore un nuovo ruolo e nuovi scopi esistenziali, siano essi quello ddi fare il “presidente del consiglio di famiglia” o quello di nominare gli organi direttivi ecc ecc.

Sono attività che ho visto dare pienezza all’esistenza di molti imprenditori, attraverso i nuovi interessi che queste pratiche fanno sorgere.

Riflessione finale: la complessità della parola “successione” rende necessario ricorrere a meccanismi complessi, ma che soddisfano la complessità.

Tali meccanismi sono compresi di più da chi ha in sè la humanitas, la ricchezza interiore necessaria per capire la complessità, ed anche il professionista coinvolto deve saper affiancare queste figure aiutandole nel raggiungimento di un obiettivo complicato: quello di lasciare traccia di sè.

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Laura Paganini (Ser-Fid Italiana) sugli aspetti fiscali.

Parlando di passaggio generazionale, tutti i fattori contano, ma – a seconda dei casi – pesano in modo diverso.

Il risultato è lo scenario in cui ci muoviamo, in cui ogni realtà è diversa.

Io che parlo oggi per ultima, riassumo alcuni aspetti.

Le paure con cui ci misuriamo sono quelle primoridiali, la paura di separarci dalle nostre creazioni, quella della morte, sono timori principe dell’esistenza umana.

L’approccio può essere duplice: il lasseiz-faire o l’affronto.

Venendo al punto di vista fiscale, le aziende europee hanno un grosso problema, e la comunità europea ha infatti richiamato l’attenzione dei singoli governi sulle difficoltà di queste transazioni.

Oggi c’è una forte agevolazione nel compiere il passaggio generazionale a livello fiscale.

- Imposte dirette: nessuna tassazione delle plusvalenze, se il ricevente riceve le quote al medesimo valore del donante.
Anche le operazioni straordinarie inerenti al passaggio generazionale non hanno tassazione.

- Imposte indirette: soglia di esenzione per il passaggio ai discendenti, a condizione che il ricevente l’azienda mantenga il controllo aziendale per almeno 5 anni.

- Ipotecarie e catastali: esenti, se nel contesto delle agevolazioni per il passaggio generazionale.

Naturalmente, ogni passaggio generazionale fa storia a sé e non è possibile standardizzare lo scenario fiscale, ma queste indicazioni si applicano comunque nei casi considerati.

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Il dott. Silvio Santambrogio (TREP – Trepiù spa) porta il caso della sua azienda che ha vissuto diversi e fortunati passaggi generazionali.

Porto la testimonianza di ciò che la mia azienda e la mia persona hanno vissuto nell’ambito del passaggio generazionale.

Posso affermare che quanto detto finora io l’ho vissuto sulla mia pelle.

Passione per il lavoro, intelligenza, concretezza brianzola, aspetti psicologici.
In particolare in questi ultimi mi sono rivisto nelle parole degli psicologi che hanno parlato prima.

Al termine del liceo mio padre mi chiamò e mi chiese cosa volevo fare. Io dissi che volevo studiare, lui mi rispose che – a causa della situazione aziednale – sarebbe stato meglio che entrassi in azienda. Quindi, per prepararmi andai in Inghilterra, anche per imparare l’inglese.
Qui feci l’operaio in una fabbrica di porte, dove potei capire la natura del lavoro, materiali, macchine, tecniche ecc.
Tornato in Italia, nel’azienda di famiglia, inziai dal gradino più basso, la famosa gavetta.
Nell’82 iniziai a frequentare la Federlegno Arredo, grazie alla quale cominciai a capire anche le altre realtà del settore.

Capii poi che con il tipo di prodotto che facevamo non saremmo andati lontano, dovevo creare qualcosa di nuovo.

Incontrai degli architetti, comoinciammo a studiare porte nuove, laccate. Iniziammo a esportare, poi affiancammo alle nostre porte un nome importantissimo che ci qualificò, quello di Porsche Design.

Grazie all’incontro con Antonio Citterio, riuscimmo a creare un sistema di porte che ci permise di ampliare gli orizzonti, e raggiungere gradualmente traguardi molto importanti.

In tutto questo, il valore di mio padre è stata la sua intelligenza.
Mi ha insegnato il valore della cultura e il valore del denaro.

In seguito sono entrati in azienda i miei tre fratelli, in modo molto regolato con un patto di famiglia, che stabiliva regole e mansioni.

Per questo mi sono rivolto a un istituto bancario importante, cui ho raccontato il mio piano industriale e ho realizzato un… leverage buyout “alla brianzola”, con la fiducia che la gestione dell’azienda sarebbe stata in mano a chi ha portato avanti il piano.

Tutto ciò è stato possibile grazie a una mentalità positiva che in Brianza c’è.
Molti amici hanno avuto casi diversi, però la mentalità della passione, della voglia di realizzare un passaggio generazionale intelligente… è comune.

Io ora devo iniziare a pensare alla generazione di mio figlio 21enne, la quinta…

Un consiglio?

Quello che è successo a me è stato: ragionare, parlare, e soprattutto non essere mai soli, fare squadra con il commercialista, le banche di riferimento, parlare e ascoltare…

Nel mio caso una persona in particolare all’interno di una banca mi ha sempre consigliato in modo semplice e concreto.

E infine, tanta psicologia.

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Gianluca Bisognani (UBI Banca) trae le conclusioni del convegno.

Complimenti a tutti per il livello dell’interessantissimo convegno.

Il mio approccio al passaggio generazionale è organizzativo.
Abbiamo analizzato oggi la complessità del problema.
La domanda che pongo è: chi può aiutare oggi l’imprenditore alle prese con questi temi?

Credo che una banca sufficientemente illuminata e moderna possa essere adeguata per dei motivi semplici.
Intanto riguarda direttamente la gestione della clientela private, la clientela più esigente, attraverso 350 consulenti.
Poi, le imprese non possono essere servite solo tramite prodotti, ma hanno esigenze che richiedono servizi a fronte di complessità crescenti e sfide continuamente in evoluzione.

(Segue l’illustrazione con slides dei metodi della banca per far fronte alle esigenze delle aziende imprenditoriali).

Ore 17:46, fine dei lavori.

Passaggio generazionale: il video. Terza parte.

maggio 26, 2008

A pochi giorni dal convegno del 29 maggio Di Padre in Figlio, pubblichiamo la terza e ultima parte dell’intervista al prof. Devecchi sul tema del passaggio generazionale nell’azienda di famiglia.

Chicca finale, alla fine del video, la risposta del professore a questa domanda:

Se dovesse dare un consiglio – uno e uno solo – a chi è in procinto di lasciare l’azienda, cosa direbbe?

Naturalmente c’è anche il consiglio per la generazione che subentra…

Passaggio generazionale: una chiacchierata con la psicologa.

maggio 20, 2008

La professoressa Cristina Castelli – docente di psicologia – sarà presente al convegno sul passaggio generazionale del 29 maggio Di Padre in Figlio, presso l’aula magna dell’ Università Cattolica di Milano (ingresso libero, previa registrazione qui).

Nel video di oggi anticipa – in forma discorsiva e per questo particolarmente interessante – alcuni temi del passaggio generazionale visto in prospettiva psicologica:

- il cambiamento come fonte di ansia
- problematiche dell’imprenditore, dell’erede, dell’organizzazione aziendale
- l’importanza del dialogo
- atteggiamenti da tenere, dai due punti di vista (genitori e figli)

Buona visione, e appuntamento tra qualche giorno per la terza e ultima parte del video con il prof. Devecchi, (qui e qui le prime due parti).


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